domenica 20 dicembre 2009

Il miracolo di natale.


Questa storiellina la raccontava tantissimi anni fa una mia vicina di casa a noi piccoli, che stavamo ad ascoltarla con gli occhi sgranati attenti e silenziosi, è una storia che sa di vecchio di cose che ormai non esistono e non si usano più, però sotto il Natale ha sempre il suo piccolissimo fascino.
In una casetta piccolissima e misera, vivevano una vedova con tre piccoli bambini, la fame e la miseria erano tante e la povera mamma non sapeva come sfamare le sue creature. La sera della vigilia di Natale, quando tutto attorno era festa e allegria i bimbi si misero a tavola e dissero alla mamma di avere tanta fame e desideravano tanto una zuppa di fagioli. La mamma uscì di casa disperata, non aveva soldi e non sapeva come fare per procurarsi i fagioli e accontentare i figlioli nel giorno di festa, allora le venne in mente un'idea: raccolse dei piccolissimi sassolini, li portò a casa mise a bollire l'acqua con i sassolini in una pentola e aspettò che i bimbi si addormentassero nell'attesa, ma i bimbi dalla fame erano più svegli che mai, sentendo il rumore dei sassolini che bollivano nella pentola, già gustavano i loro fagioli bei cotti e profumati. La mamma aveva le lacrime agli occhi per la disperazione, quando ad un certo punto, si levò per la stanza un buon odore di fagioli, la mamma non ci poteva credere, scoperchiò la pentola e.... miracolo! c'erano dei buoni fagioli cotti e fragranti che aspettavano di essere mangiati da quei tre piccoli affamati. Ora finalmente era festa anche per loro, la mamma alzò gli occhi al cielo, ringraziando il buon Dio di quella piccola sorpresa per i suoi piccoli bambini nel giorno di natale.

mercoledì 16 dicembre 2009

Il vero Natale!



Una cara amica mi ha spedito un messaggio di pace e di amore, per il Santo Natale, l'ho apprezzato particolarmente e ci tengo a metterlo fra i miei scritti più personali e cari. Grazie Mafalda!



BUONA SETTIMANA

Una storia per riflettere





Mancavano pochi giorni a Natale e tutti gli animali del creato fecero una riunione. La volpe chiese allo scoiattolo: Che cos’è per te Natale? Lo scoiattolo rispose: Per me è un bell’albero con tante luci e tanti dolci da sgranocchiare appesi ai rami! La volpe continuò: Per me naturalmente è un fragrante arrosto d’oca. Se non c’è un bell’arrosto d’oca non c’è Natale. L’orso l’interruppe: Panettone! Per me Natale è un enorme profumato panettone! La gazza intervenne: Io direi gioielli sfavillanti e gingilli luccicanti. Il Natale è una cosa brillante! Poi fu il turno del ghiro: Dormire, riposarsi! Per me il Natale è il momento del dolce far niente! Ma va là! disse la formica. E' una festa come le altre! Natale o no per me l'importante è lavorare! Divertimento! disse la cicala. Per me il Natale è il momento di divertirsi e di viaggiare! I miei pulcini! Ribadì la chioccia. Il Natale per me è stare con tutti i miei pulcini! Anche il bue volle dire la sua:
E' lo spumante che fa il Natale! Me ne scolerei anche un paio di bottiglie. L’asino prese la parola con foga: Ma siete tutti impazziti? Bue, sei impazzito? E' il Bambino Gesù la cosa più importante del Natale! Te lo sei dimenticato? Vergognandosi, il bue abbassò la grossa testa e disse: Ma....Questo gli uomini lo sanno?

domenica 13 dicembre 2009

Viva la corsa.





Quater pass tra Suis el funtanì
Tanta gente sotto la pioggia
Luciano, 30 novembre 2009

Nonostante la pioggia Suisio è stata presa d'assalto da migliaia di podisti.
Le splendide sponde dell'Adda hanno fatto da cornice ad un corsa che da anni è frequentata soprattutto da milanesi che adorano correre in un paradiso della natura.
I podisti doc Suisio quest'anno hanno avuto la gioia di vedere nella propria corsa i bambini della scuola elementare e diverse associazioni di ragazzi diversamente abili.
Vi aspettiamo alla prossima!!!!!

Sono molto orgogliosa di questa corsa riuscita bene nonostante la pioggia, mio figlio è il fondatore di: "I podisti doc Suisio" e da tutto se stesso per far funzionare tutto alla perfezione, Quindi Complimenti!!

Per i (NON) abitanti di Bergamo, la corsa denominata in dialetto: "Quater pass tra suis el funtanì" tradotta per i non addetti vuol dire: "Quattro passi fra Suisio e la fontanella" posti storici dell'interland di Bergamo.


sabato 12 dicembre 2009

I giochi di natale.


I giochi dei bambini moderni, sono di gran lunga molto diversi da quelli di una volta, ricordo ad esempio che sotto le feste natalizie quello che andava per la maggiore era il gioco delle noccioline, quelle piccole sfere sotto le feste di Natale diventavano per noi ragazzini molto preziose. le usavamo per giocare " a fussitta" In pratica si faceva una buca rotonda un po profonda sotto un muro, si partiva da una distanza di circa tre o quattro passi e si lanciavano le noccioline, poi quelle che non entravano nella buca, venivano spinte a turno con il pollice e l'indice, chi le faceva entrare tutte vinceva tutto il contenuto della buca. ognuno di noi aveva un sacchetto che le mamme confezionavano con un laccetto per tenerlo chiuso, nel quale tenevamo ognuno le nostre preziose noccioline. A dire la verità ero molto brava a giocare e quando mio fratello che era più piccolo perdeva, puntualmente andava a piangere dalla mamma, dicendo che gli avevamo rubato le noccioline e puntualmente dovevamo ritornargli le sue, era un imbroglione incallito e non sapeva perdere, ma insisteva e voleva sempre giocare. Poi le nostre noccioline finivano sempre con grande dispiacere di noi bambini, nei dolci natalizi che le mamme confezionavano sapientemente.

Il natale antico.


Il Natale è sicuramente la festa più bella e più importante di tutto l'anno, è accumunato alla bontà, alla serenità, forse perchè associato allo stare in famiglia, ed alla gioia di dividere con i propri cari questa festività cristiana, che ricorda la nascita di Gesù Bambino che cade proprio il 25 dicembre. Ogni paese lo festeggia secondo la propria cultura e le proprie tradizioni. Ricordo i preparativi natalizi in Sicilia, con quanta allegria e quanta gioia ci si preparava al Natale. il papà modellava sopra di una tavola le montagne con della carta da pacco, spruzzava sopra poi una miscela di acqua e gesso e mentre si aspettava che si indurisse, noi piccoli andavamo a raccogliere per la campagna il bel muschio di un verde smeraldo che portavamo a casa e il papà pensava a distribuirlo sulle montagne di carta ormai indurite dal gesso. Con pazienza posizionava i pastori di creta, creava il laghetto, la grotta per accogliere il bambinello e quando il nostro presepe era ultimato, la mamma prendeva accordi con lo zampognaro che per un po di soldi, veniva in casa tutte le mattine vestito con il suo costume tipico, erano i giorni dell'avvento e davanti al presepe suonava la sua zampogna il maniera melodiosa e commovente, noi bambini stavamo a sentirlo estasiati e quando finiva la sua esibizione, dopo un buon bicchiere di vino andava in un'altra casa e noi piccoli lo accompagnavamo per un tratto di strada saltellandogli dietro felici. Il clima di festa era palpabile, si respirava nell'aria, erano giorni di allegria di cose semplici e poi la sera si giocava a carte o a tombola con i vicini di casa e per segnare i numeri ricordo usavamo i fagioli e tante volte la pastina. Ad ogni numero erano delle gran risate, perchè c'era sempre qualcuno che ad ogni uscita associava qualche cosa. 2 la festa dei maschi, 88 gli occhiali del papa, 90 paura, 17 la disgrazia di Peppeninu, 77 le gambe delle femmine, 47 morto che parla, 25 Natale, 69 come lo metti metti, ma quando arrivava il 23 "culo", noi piccoli cadevamo dalla sedia dal ridere, chissà perchè quella parola faceva scatenare in noi tanta ilarità, c'era un detto per tutti i numeri e i grandi facevano a gara a chi ne conosceva di più. Giorni indimenticabili e meravigliosi, in seguito, ci sono stati tanti altri Natali belli sereni, ma quelli passati in Sicilia non li scorderò mai più.

lunedì 30 novembre 2009

Un nostalgico ricordo

IL MONDO DI TANO CIMAROSA.
pubblicato: giovedì 22 novembre 2007 da dario in: saggi

Copertina de Il mondo di Tano Cimarosa“Il mondo di Tano Cimarosa” di Luigia Miniucchi (By Bess Edizioni, 160 pagg.) è un libro prezioso. Primo perché - benché uscito nel 2006 - ha una reperibilità difficilissima. Dove acquistarlo è un vero mistero visto che non ha un codice ISBN, in libreria non si trova e non esiste un sito internet della “By Bess Edizioni”.

Secondo (e vero) motivo, perché il libro di Luigia Miniucchi è la prima e finora l’unica monografia esistente su Tano Cimarosa, re dei re dei caratteristi del cinema italiano. Introdotto da una prefazione del regista Aurelio Grimaldi (”Le buttane”, “Il macellaio”, “Rosa Funzeca”) in cui si rivela un gustosissimo aneddoto (il primo di una lunga serie), il libro ricostruisce la biografia di Cimarosa nel racconto del protagonista.

È una storia mai raccontata prima, che senza la testimonianza raccolta dalla Miniucchi sarebbe andata irrimediabilmente perduta. Dalle origini come puparo in una Messina ancora antichissima, Cimarosa comincia - come Franco e Ciccio e altri giganti di una generazione ormai ultra-sorprassata - con esperienze teatrali di strada, finestre di arte in una vita poverissima e randagia.

martedì 24 novembre 2009

Nemmeno la croce, lasciano in pace.




Il Crocifisso, per taluni non è altro che un pezzo di legno più o meno artistico, più o meno prezioso, forse (a detta di altri) anche macabro nella sua figura, per altri è segno di pace, di amore ed è il simbolo dei cattolici, che facciamo li eliminiamo tutti? A mio parere, l'esposizione del Crocifisso dovunque si trovi, e una maniera di manifestare la nostra millenaria cultura cattolica. Per principio ho sempre rispettato e continuo a rispettare, le varie dottrine che non sono di estrazione cattolica come la mia. Chiunque è OSPITE nel nostro paese, non può arrogarsi il diritto di stravolgere o calpestare, quelle che sono le nostre abitudini religiose e come se noi entrassimo in una moschea senza togliere le scarpe, quì va bene il detto: chi dentro ti metti, fuori ti caccia. Il velo delle mussulmane non rappresenta un simbolo? Il turbante degli indiani, non è un simbolo? Mai a nessuno è venuto in mente di obbligarli a toglierli. Ritengo arrogante, anche la pretesa dell'unione europea di far sparire i Crocifissi dalle aree pubbliche. Pian piano vogliono eliminare la nostra cultura e il crocifisso è una chiara scusa per cancellarci l'anima e portarci ad essere numeri fra i numeri, oggi è la volta del crocifisso domani sarà qualcosa d'altro, fino a toglierci le nostre radici di cultura millenaria e senza radici, anche le piante non hanno vita. Ormai stiamo vivendo in una sorta di incubo, una spece di mala società, dove abbiamo cominciato a rotolare giù sempre più in basso, in uno sfascio senza fine. Matrimoni e famiglie nel caos più completo, lavoro che manca sempre di più, delinquenza minorile sempre più senza freni, droga che corre a fiumi, non c'è più ne dignità, ne orgoglio, tutti sintomi di un malessere che sta ormai diventando cronico, come una grave malattia incurabile. Con tutte queste angoscianti catastrofi, che fanno? alzano un polverone sul Crocifisso che non da fastidio a nessuno. Prima di sentenziare e dettare leggi in casa d'altri, potrebbero volgere lo sguardo ai mille e mille problemi che ci affliggono e che veramente stanno annullando la nostra condizione di poveri esseri umani. Solitamente quando a qualcuno non piace la casa in cui abita, cambia appartamento! Quindi, se le nostre tradizioni non piacciono, cambino paese.

domenica 15 novembre 2009

Omaggio a Calusco

Qualunque sia la strada del ritorno al mio paese, sia da Bergamo, da Milano o da Como, quando all'improvviso da lontano, all'orizzonte appare la cupola della chiesa, mi si apre il cuore, e sento già odore di casa. Quella cupola così grande e mastodontica, sembra dare sicurezza e si scorge già da lontano, con la sua statua lassù in cima protesa verso il cielo. E' la chiesa parrocchiale di: "CALUSCO D'ADDA" Non è una grande metropoli, è soltanto un paesotto di estrazione contadina, che ora non è più come una volta, ci sono abitanti forestieri i cosiddetti extra comunitari, marocchini, cinesi, arabi, indiani, giapponesi, albanesi, senegalesi e tantissimi altri, una vera invasione, un miscuglio di tradizioni e costumi, ma Calusco non si è perso d'animo, si è adattato benissimo a questa nuova condizione multietnica. E' moderno, elegante, non manca niente: biblioteche, parchi, farmacie, eleganti bar, negozi, supermercati, cinema, insomma, c'è di tutto, non mancano nemmeno le banche, ce ne sono talmente tante che sembra quasi che ognuno di noi sia magnate e che in paese i soldi scorrano a fiumi. E' ben servito anche dai mezzi di comunicazione e non si fa mancare nemmeno feste con canti e balli in piazza, nonchè momenti di poesia e musica classica, con mercatini artigianali e pranzi in allegria. Certo non tutto funziona alla perfezione, ma come si dice nessuno è perfetto, ed io io lo amo così com'è. Paragono Calusco ad una grande villa, per entrare nella quale, bisogna giocoforza passare da un lunghissimo corridoio che fa da anticamera, rappresentato da un altissimo e antico ponte in ferro, chiamato "il ponte di Paderno " che attraversa il fiume Adda, da dove il panorama è bellissimo e lo sguardo si perde fino alle montagne della Svizzera. A Calusco non ci sono nata, ma è come se fossi stata adottata da una grande famiglia, nella quale mi sono trovata bene da subito, ci abito da lungo tempo e non vorrei mai cambiare, perchè sto molto bene e mi sento una caluschese a tutti gli effetti. Amo persino i suoi vigili che ogni tanto ( facendo il loro dovere) mi contestano qualche errore, che aimè si trasforma in multa, ma anche quì, nessuno è perfetto!

sabato 7 novembre 2009

Ricordare con amore.




Dopo una giornata fredda e uggiosa, è notte fonda, fuori piove e fa freddo, il rumore che produce l'acqua battendo su ogni cosa ha una cadenza triste, sembra che il cielo pianga le sue lacrime, si! Questo mese rammenta a noi tutti i nostri cari, che si sono allontanati per un lunghissimo viaggio senza ritorno. Piange il tempo e piange il cuore. Si va nei cimiteri, si onorano i defunti con fiori e preghiere, un senso di malinconia infinita, per chi non è più tra noi.
Ritornano alla mente i ricordi dei momenti più belli passati con te sorellina cara, m'invade un senso di rimorso, quanto avrei cercato di fare di più se avessi saputo, quanto più amore avrei speso per te! E tu papà, quante occasioni sprecate, ed ora non ci sei più, ti perdono! Questa notte dormirò con gli occhi umidi di pianto, ma con il cuore sereno. E se incontri la mia sorellina, stalle vicino almeno lassù!

lunedì 26 ottobre 2009

Angelo pasticcione.


Spaziando quà e là per il computer, mi sono imbattuta in una figura di Angelo custode, molto particolare, sembra proprio la mia fotocopia, esprime in pieno il mio temperamento, un po pasticcione, confidenziale, con la mia natura estroversa tendo a dar fiducia al mondo intero, sono logorroica ad oltranza, ma all'occorrenza so tacere e ascolare gli altri. Però! C'è un però, non sempre il mio carattere aperto e allegro viene recepito e quindi.....Spesso ci pesto il naso, proprio come lui. Ben venuto nel club, caro Angelo, fa male pestare il naso? Penso che dobbiamo imparare entrambi a........stare al mondo!

l'Angelo custode


Il mio pensiero è che l'Angelo custode, sia l'occhio di Dio che veglia su di noi. Solitamente cerchiamo di dare un volto umano a questi esseri soprannaturali, però con qualsiasi veste li rappresentiamo, le loro sembianze sono soltanto frutto della nostra mente. Amo pensare che ognuno di noi ha il suo Angelo personale che sta sempre vicino. La mia sorellina minore, mi ha lasciata 11 anni fa, ed io ho fatto del suo ricordo, proprio il mio Angelo custode e a lei che mi rivolgo nei momenti di sconforto, la penso sempre vicina e mi sostiene, questo mio convincimento, mi consola e conforta dal dolore per la sua mancanza terrena. Tempo fa, uscendo dal lavoro, mi resi conto che era scesa una nebbia terribile e fra l'altro era anche buio, ero semplicemente terrorizzata, cominciai a guidare con il cuore in gola, mi facevo coraggio, ma non sapevo dove andare per quanto era fitta e spessa, dentro di me cominciai a parlare con mia sorella, ti prego le dissi, guidami per arrivare a casa. Io non so cosa successe, all'improvviso mi trovai davanti un'auto, aveva i fari così chiari, che la seguii senza fatica. Quando imboccai il grande ponte sull'Adda, la nebbia all'improvviso scomparve, e persi di vista anche l'auto che mi aveva guidata fino lì. Certo è un caso che io ho associato alle mie preghiere, però mi piace immaginare che mia sorella quale angelo custode personale, mi abbia messo davanti quella macchina, per guidarmi sulla strada di casa. Lei è il mio angelo e quando ho bisogno è sempre pronta e venire in mio aiuto. Gli Angeli non importa da dove vengono e chi siano, si possono incontrare ovunque e sono certa che ci restano sempre accanto. Nella nostra vita, perchè no! Anche noi possiamo essere angeli, per aiutare a nostra volta chi ci sta vicino e ha bisogno di noi. come dire! Ad ognuno il suo angelo.

sabato 17 ottobre 2009

Lettera a mia sorella per il suo compleanno.




Il 19 ottobre sarà il tuo compleanno, come vedi non mi sono dimenticata, come potrei! Hai notato? Ho detto sarà e non sarebbe, perchè chi come te continua a vivere nel cuore di chi resta, significa che non può morire mai. Amo pensare che ti sei soltanto allontanata momentaneamente e che prima o poi ci rincontreremo. Sorella cara, giorni fa mentre spolveravo la piccola scrivania d'epoca che ti piaceva tanto, pensavo a quanto ne eri affascinata, quindi ho pensato di appoggiarci sopra la tua foto e vicino ti ho messo un mazzolino dei semplici fiori che adoravi comprare sempre quando tornavi a casa dal lavoro. Samuele il figlio di Giorgio, che se tu l'avessi conosciuto, l'avresti amato subito, giorni fa ha detto alla mamma con ingenua tenerezza: nonna tu sei anziana, quando vai in cielo, non ti vedrò più, ti posso mandare una cartolina? Mi è venuta in mente questa frase ed ho pensato che io ipoteticamente non avrei bisogno di mandarti cartoline, perchè ti sento talmente vicina che se chiudo gli occhi ho la sensazione di toccarti. Ricordi le tue torte di compleanno? Non volevi mai le candeline da spegnere e non volevi mai la foto ricordo, avevi una spece di allergia a farti immortalare ed io puntualmente e costantemente brontolavo. Ho sempre pensato che con la tua bontà e grandezza d'animo, non eri di questo mondo e non mi sbagliavo, Dio ha preferito averti per se, ma ti ha lasciata con noi giusto il tempo per apprezzare le tue qualità e imparare ad amarti. Quante cose avrei da ricordare, pensa nel mio armadio ci sono ancora i tuoi vestiti da sera, rammenti? Li usavi con tanto buon gusto ed eleganza come in una favola, dove tu eri la principessa, nelle feste danzanti a cui avevi l'obbligo di partecipare in quanto moglie del capitano, alle quali però eri felice di prendere parte.
Feste che davano su quei stupendi battelli che scivolavano silenziosamente sull'acqua di quel meraviglioso e romantico lago svizzero, che tu conoscevi benissimo, perchè quando il tuo grande amore prestava servizio, sovente lo accompagnavi in tutto l'itinerario fino alle coste francesi, per poi fare ritorno a casa insieme. Ora ancora una volta è il tuo compleanno, festeggerai lassù, spegnerai le candeline? Sono certa di no! Auguri sorellina cara, il mio amore e il mio affetto ti terranno compagnia.

martedì 13 ottobre 2009

L'amicizia che non c'è



In tutta la mia vita, ho avuto pochi amici, una scelta maturata quando mi sono resa conto che l'amicizia, come la intendo io, è un qualcosa che va al di la di ogni prospettiva. L'amicizia da colore alla vita e bisogna accettarla così come viene, prendendo atto che siamo persone "imperfette" e come tali, il rapporto amichevole bisognerebbe viverlo con sensibilità, umiltà e con un pizzico di intelligenza da usare quando nascono le incomprensioni. Perchè come dicevo prima, noi miseri mortali non essendo perfetti, possiamo qualche volta anche involontariamente sbagliare e quì subentrerebbe, la sensibilità e l'educazione. A mio avviso queste semplici regole basilari, dovrebbero esistere anche nel nuovo modo di concepire un'amicizia, cioè il virtuale. Il pericolo in questo metodo è che quando si diventa amici di qualcuno, si parla o per lo meno si scrive ci si racconta, si confidano cose anche intime a ruota libera, però poi basta un piccolo accento o una piccola virgola, per far saltare tutta l'armonia accumulata. Purtroppo non conoscendo a pelle, bisogna fidarsi del raccontare e ogni tanto succede che fra cuore, mente, coscenza e cervello, c'è qualche piccola incomprensione e ci si rende conto all'improvviso, che chi sta dall'altra parte del monitor, non lo si conosce affatto. Niente di più facile che chiarire, parlarsi, cercare di appianare tutto nel migliore dei modi. In poche parole assumersi tutte le responsabilità. Io quando penso di aver sbagliato o quando mi fanno notare che ho sbagliato, mi metto in silenzio e faccio parlare prima il mio cuore e poi interrogo la mia coscenza. se dopo questa piccola riunione con me stessa, mi rendo conto che non ho fatto nulla per cui rimproverarmi cerco di chiarire. Non sempre è facile dare ad intendere le proprie ragioni e tante volte è inutile. Trovo terribile quando si è fraintesi o si è in buona fede e non si riesce a convincere un'amico. Quindi amicizia si! Amicizia no! Meglio essere amici di se stessi, per lo meno non c'è delusione.

sabato 10 ottobre 2009

I vecchi




Alcune frasi di una vecchissima canzone di Claudio Baglioni, parlando dei vecchi, recitavano così:
i vecchi con questi figli che non chiamano mai, i vecchi che invecchiano piano,
i vecchi con le patte a volte sbottonate, i vecchi sempre tra i piedi.
I vecchi che non li vuole nessuno, i vecchi da buttare via.
I vecchi, se avessi un'auto da caricarne tanti, mi piacerebbe portarli tutti al mare.
caricarne tanti, arrotolare i pantaloni e prenderli in braccio tutti quanti.
Ecco, queste semplici frasi, vorrei farle conoscere alla superiora che gestisce l'istituto per anziani dove presta servizio in qualità d'infermiera professionale mia figlia. Si pensa che una religiosa, dovrebbe avere un occhio di riguardo, un'amore particolare per l'anziano sofferente, niente affatto. Io la ritengo arida e non degna dell'abito che porta e senza soldi non concede niente a quei poveri pansionati. Sono del parere che al tramonto della vita, abbiano tutto il diritto di vivere almeno con un briciolo di dignità. Mi fa star male pensare ad un gesto insensibile che ha avuto il coraggio di fare nei confronti di due anziani, che avevano la colpa soltanto di essere diventati amici. Lui sulla sedia a rotelle, lei una dignitosa signorina che lo accompagnava dappertutto, lo imboccava, facevano lunghe passeggiate, si raccontavano la vita passata, facevano insomma coppia fissa, senza far male a nessuno. La pia donna scandalizzata da quella amicizia pura e innocente, ha pensato bene di dividerli, sia in reparto, che al refettorio, ha fatto in modo che non si potessero più incontrare. Lui senza più stimoli si è lasciato andare, e lei peggio. Io mi chiedo, perchè? Cosa c'era di scandaloso fra due tenere persone anziane che avevano trovato uno stimolo affettuoso per andare avanti? perchè questo accanimento puritano moralista e intransigente, oserei dire cattivo, nei confronti di due anime che nel tramonto della vita si erano conosciue e volute bene. Bè! Che dire, penso che le preghiere per un buon cattolico siano doverose e sacrosante ed arrivino al cielo, però spero tanto che Dio, tenga conto anche di un'anziano che piange le sue ultime lacrime.

venerdì 2 ottobre 2009

C'era una volta un'infermiera.



Porto spesso all'ospedale la mia mamma per i vari controlli data l'età. all'entrata vado sempre su con lo sguardo fino al terzo piano, dove tanti anni fa, praticamente una vita, dietro quelle finestre c'era il reparto di medicina privato dove prestavo servizio. Era chiamato "il piano verde" quanti ricordi! Rammento che allora a condurre gli ospedali c'erano le suore che praticamente avevano in mano la gestione totale della struttura. Con le religiose non si scherzava, bisognava filare diritti e fare tutto alla perfezione. Però era come una grande famiglia. La suora diceva sempre: Assunta tu non sei fatta per questo lavoro, perchè mi affezionavo ai miei ammalati e quando qualcuno disgraziatamente se ne andava, era per me una grande tragedia e una grande sofferenza piangevo a dirotto peggio dei parenti, non sono mai riuscita ad essere staccata e professionale. Quando ero di turno, per i pasti in cucina mandava sempre me, perchè diceva: mi fido, sono certa che non toccherai niente dal carrello delle vivande, in effetti aveva ragione, non ho mai toccato nulla, anche perchè nel tragitto dalla cucina al reparto dovevo sorbirmi nell'ascensore quell'odore sgradevole di pollo lesso, con annessa pastina in brodo sistematicamente anch'essa di pollo. La suora conosceva questa mia repulsione e quindi andava sul sicuro, mentre le infermiere più anziane sull'ascensore pasteggiavano alla grande, con grande disappunto della madre. Avevo poco più di 18 anni, ricevevo fiori, cioccolatini, ed avevo le tasche sempre piene di denaro, certo non solo io ma anche le mie colleghe. Era una forma di ringraziamento dei parenti e degli ammalati. Che tempi! Quando iniziavo il primo turno cioè alle 6 del mattino, partivo da casa in bicicletta e cantavo spensierata per tutto il tragitto, mi piaceva occuparmi di chi soffriva, essere di conforto con una parola buona, un sorriso o semplicemente una carezza, le attenzioni scaldavano il cuore più di ogni altra medicina e facevano stare bene anche me. Rammento che al mio matrimonio, fra dottori e infermiere, c'era mezzo ospedale, persino le piccole damigelle, erano figlie delle mie colleghe, mancavano le lettighe e le ambulanze e saremmo stati al completo. Anche se con nostalgia ricordo con affetto quel periodo! Come sempre mi sono fatta prendere la mano nello scrivere, ma ricordare anche se triste è meraviglioso!

giovedì 1 ottobre 2009

Innamorarsi in chat.


Premetto che non voglio apparire come una cariatide e tantomeno passare per una che non ama le modernità, anche perchè se ho imparato ad usare il computer, vuol dire che nell'era moderna alla fin fine sto molto bene, ci sono soltanto alcune cose che non condivido. Prendiamo l'abitudine che si sta espandendo a macchia d'olio, di trovare l'amore attraverso le "chat". Posso capire scambiarsi pareri, consigli, raccontarsi a persone sconosciute, può essere interessante, aiuta ad allargare gli orizzonti della conoscenza attraverso il dialogo, ma cercare amore lo trovo francamente di una tristezza infinita. Con questo metodo a qualcuno può andar bene e gli altri? Forse per spirito d'avventura, o forse per paura di affrontare la realtà, o magari nascondersi dietro un monitor per costruire una falsa immagine e dare ad intendere di essere chi non si è. Comunque sia per me è molto squallido. Innamorarsi e stupendo, conoscersi a pelle, piacersi, sentire il profumo dell'altro, toccarsi, accarezzarsi, conoscersi così come siamo, senza niente che ci nasconda, specchiarsi l'uno nello sguardo dell'altro. Questo lo trovo meraviglioso e non c'è nessun computer che possa sostituire gli incontri amorosi tradizionali. Certo poi c'è il rovescio della medaglia, anche nella vita reale si prendono delle "bastonate", nondimeno è più reale che non prenderle nel virtuale. Trovo questa nuova moda demoralizzante e per certi versi anche umiliante. Conoscersi e poi trovarsi con la sorpresa e la disillusione nonchè l'amarezza di essere stati ingannati. Posso capire che la solitudine è una compagna terribile, quando non è voluta ci si sente soli e abbandonati. Ci sono invece persone che vivono in solitudine per scelta, amano se stessi e non si sentono mai soli, ma questa è tutt'altra categoria. Comunicare con l'ignoto penso sia facile, si può spaziare come meglio si crede, ma quando si fa per incontri d'amore, per me la musica cambia. L'incontro tradizionale lo trovo il più affascinante e soprattutto il più sicuro, se non altro, puoi constatare che chi hai davanti è quello che dice di essere, uomo o donna che sia e non sgradevoli sorprese che ti lascerebbero con l'amaro in bocca. Io per esperienza personale dico (magari sbagliando) che la solitudine possiamo metterci in condizione di risolverla soltanto noi stessi, perchè quando a me capita, mi sento sola anche in mezzo ad una folla, ma non cercherei mai di risolverla con delle chat che mi darebbero soltanto un'amore basato sul nulla!

mercoledì 23 settembre 2009

Bon ton, esiste ancora?


Giorni fa, stavo facendo colazione in un bar con mio figlio, eravamo seduti ai tavolini esterni e mentre bevevo il mio latte, mi sono passati davanti un gruppetto di ragazzini, erano semplicemente osceni, dall'aspetto trasandato. Con tutta la modernità possibile è assurdo pensare di andare in giro agghindati in quella maniera. Non mi sembra di essere giurassica, capisco la gioventù o per lo meno cerco di capirla. Non si può restare fermi ad abbigliamenti fuori moda, bisogna stare al passo coi tempi, ma ora si esagera. Avevano i pantaloni talmente bassi che sembrava dovessero rimanere in mutande da un momento all'altro, i capelli colorati, orecchini che coprivano tutta l'arcata sopraccigliare, uno aveva un tatuaggio che partiva dalla testa e continuava scendendo giù per il collo, inguardabile. Camminavano dinoccolati, dondolandosi di quà e di la, come se avessero dolori alla schiena. e non riuscissero a prendere la posizione giusta, davano l'impressione che l'avessero fatta nei pantaloni. Come sono lontani i tempi di quando in collegio era obbligatorio partecipare alle lezioni di bon ton. Con quanto garbo la suora insegnava a noi ( ci chiamava giovinette ), il portamento. Passavamo davanti a lei una alla volta con dei libri in testa e gli altri infilati sotto le ascelle, per camminare diritte, senza dondolare ne a destra ne a sinistra. Se stringete la mano, diceva! Mai in modo viscido, ma una stretta vigorosa senza esagerare. Presentarsi sempre in ordine e pulite, perchè non si sa mai cosa vi può capitare, chiudere la bocca quando si mastica, mai dire salute ad una persona che starnutisce, se dovete firmare, mai apporre il cognome davanti ma sempre prima il nome. Le regole erano talmente tante che non si finiva mai d'imparare. Ora ho la sensazione che tutto questo sia scomparso, non interessa più a nessuno il bello, il portamento e soprattutto l'educazione. C'è la moda del cattivo gusto, del trasandato, del menefreghismo totale, insomma più nessuno si sa guardare allo specchio

lunedì 7 settembre 2009

La domenica della famiglia


Ieri domenica, ho portato i miei nipotini al centro commerciale, oggi vanno tanto di moda questi enormi centri dove si trova di tutto. una volta i negozi, attorno all'ora dei pasti, si spopolavano o addirittura chiudevano per la pausa, ognuno rientrava a casa per il pranzo o per la cena e la domenica categoricamenre chiuso, era la festa del Signore e delle famiglie, almeno così si diceva. Però tutto cambia, ed anche la domenica non fa eccezione. In questi tempi moderni, domenica chiuso non esiste più, i centri vanno a pieno ritmo e non si svuotano più all'ora dei pasti, anzi è proprio in quelle ore che la gente si accalca maggiormente, nei ristoranti nei facefood, nelle piccole botteghe mangia e fuggi, arrivano nuclei famigliari che non disdegnano passare la giornata di festa attorno ad un tavolino colmo di vari contenitori con mega panini ripieni di salse, salsette e intrugli vari, bombe caloriche, che soltanto osservarli con gli occhi il corpo lievita. Nei centri si trovano cucine tunisine, egiziane, pakistane, ogniuno offre le sue specialità, ma daltronde ormai siamo multi etnici quindi per certi versi è normale la rivoluzione anche nei cibi. Le donne così dette moderne, non cucinano più, preferiscono portare i bimbi a rimpizzarsi di hamburgher e patatine, costano molto meno fatica. Penso con nostalgia quei bei panini con la mortadella o con il salame che facevano sognare le narici per il profumo, oppure da piccola per merenda fette di pane di grano con olio e sale o semplicemente con il pomodoro fresco, che festa di sapori inebrianti! La domenica poi tutti a tavola insieme, per onorare il pranzo festivo preparato con amore dalla mamma. Mai ci saremmo sognati di disertare la tavola domenicale, anche questa usanza però è andata a farsi friggere soppiantata dagli hamburgher dei fast food e dalla modernità, di chi non vuole più cucinare!

domenica 23 agosto 2009

Mini diario dell'agosto1998




Mettendo in ordine l'armadio, mi è venuto fra le mani uno dei miei vecchi diari, sfogliandone uno, cominciai a leggere e alcune pagine parlavano di ricordi a me cari, perchè irripetibili. Alcuni ci tengo tanto a trascriverli, quì nel mio blog, per rivivere quella piccola avventura inaspettata che sono certa non rivivrò mai più.
Mia figlia era sposata da tre mesi e dopo il viaggio di nozze a Santo Domingo, avevano lei e suo marito prenotato un'altra piccola vacanza, sulla costa azzurra, in una località chiamata Cap d'Agde, dove si trovava il piccolo residence di mia sorella M. Vittoria. Poi per un lavoro improvviso mio genero non ha potuto partire, e mia figlia gentilmente mi ha invitata a partire con lei dal momento che i posti prenotati erano due. Non avevo mai preso un aereo e in verità l'idea non mi andava affatto, però lei ci teneva talmente tanto che le dissi di si. In casa scommettevano tutti che mai e poi mai avrei preso un aereo, ed io per non dargliela vinta, mi sono armata di ansiolitici ed ho preparato la valigia, per buttarmi in una nuova esperienza, quella di prendere l'aereo! Continua..........

Domenica16 agosto1998 continua......



Mai avrei pensato che a 50 suonati, sarei riuscita a salire su un aereo, questo giorno è da ricordare, l'esperienza comunque è stata positiva, sono sopravvissuta. In compenso per due ore di aereo, ne abbiamo sprecate 10 fra un treno e l'altro, essendo Cap D'Agde scomoda da raggiungere. Invece prima con il treno partendo dalla Svizzera era più semplice. Fra un'anticamera e l'altra nelle varie sale d'attesa delle stazioni, non avendo nient'altro da fare, seguivo con lo sguardo le persone che frettolosamente mi sfilavano d'avanti, una marea di gente di tutte le razze e di tutti i tipi, belli, brutti, bianchi, neri, alcuni ridicoli, in poche parole di tutto. Osservando tutti quei strani personaggi, pensavo quanto fosse sottile il filo fra normalità e anormalità, poi educati pochi, maleducati tanti, ma d'altra parte come dice il proverbio, il mondo è bello proprio perchè è vario.
Quando il taxi ci portò al "Nauticap"(il nome del residence) era già molto tardi. Entrare nell'appartamento per me non è stato facile, rivedere quell'ambiente dove due anni prima ero stata con mia sorella M. Vittoria è stato doloroso, tutto era rimasto come allora, nell'aria potevo quasi sentire ancora il suo profumo, ogni cosa, Il colore dei divani, dei copriletti, delle tende, tutto parlava di lei, spalancando le finestre, guardai l'insegna del negozio dove andavamo a fare la spesa e poi accanto il ristorante che conoscevo benissimo, dove mi obbligava a mangiare delle enormi insalate, rimproverandomi sempre per il mio sovrappeso, cara sorella, lei così magra e alta da sembrare una statua, mentre io al suo confronto ero larga e tracagnotta. A letto non riuscivo a prendere sonno, pensavo alla stranezza della vita, niente resta al suo posto, perchè c'è sempre il destino che decide in modo definitivo. Finalmente la stanchezza mi fece sprofondare in un sonno profondo. Continua.......

Lunedì 17 agosto 1998 continua.......



Il viaggio ci aveva fatto stancare più del dovuto, ci siamo svegliate molto tardi e dopo una doccia rigenerante, un bel riso giallo pomodori e mozzarella, siamo andate al mare. Data l'ora tarda, la spiaggia era già gremita di gente. Ricordo che mia sorella mi diceva sempre, che Cap D'agde era una cittadina nuova, per lo più frequentata da tedeschi e francesi, incontrare un'italiano era difficile, c'eravamo appunto soltanto noi. L'atmosfera era totalmente diversa dalle spiagge italiane. Donne che esibivano un seno ineccepibile, mentre altre avrebbero fatto meglio a nascondersi, con delle bistecche penzolanti inguardabili. Uomini che mostravano un'abbronzatura perfetta e bimbi biondissimi stupendi. Fra questo sfilare di stranieri, spiccavo io appena arrivata, bella florida e bianca come una mozzarella, chissà perchè mi sentivo tanto una mosca bianca, che galleggiava in una tazza di cacao. Dopo cena abbiamo fatto una lunga passeggiata, non camminavo così tanto da anni, quante volte avevo percorso quel lungomare allegramente con mia sorella, con i bambini che ci trotterellavano a fianco e le musiche delle orchestrine che si confondevano con il rumore del mare e delle piccole onde che s'infrangevano sui fianchi delle barche sembrava ci facessero compagnia. Ora ripercorrevo quel lungo mare con mia figlia, era bello, ma ci mancava qualche cosa. Continua....

Martedì 18 agosto 1998 continua.........




Di buon mattino, ci siamo alzate e uscite, prima che il sole cominciasse a friggerci il cervello, per andare alla stazione di Agde, per informarci degli orari del ritorno. per chi non era automunito come noi, l'alternativa era un pullman di linea che faceva la spola fra stazione, villaggio e viceversa. Impresa extra terrestre, era stracarico di gente, ad ogni fermata ne salivano tanti, ma chissà perchè ne scendevano pochi, per non parlare dei bagagli. Già alla fermata l'attesa era stata animata dalla lite di due mogli di un arabo, con rispettivi numerosi figli, cose da non credere, impossibile far finta di non sentire, urlavano in francese come due oche starnazzanti, si davano delle pazze a vicenda, "culture d'altri mondi". Dopo l'informazione sugli orari abbiamo fatto anticamera in stazione, ore ed ore, fra mosche e un odore nauseante di cacca, siamo uscite all'aperto, ma fuori dalla stazione, non era certo meglio, quell'odore era così forte, che io e mia figlia ci siamo controllate la suola delle scarpe, sia mai, magari avessimo schiacciato qualche ricordino di qualche cane con la padrona raffinata. Comunque ho notato, come l'incuria della stazione, e la mancanza di più pullman, facesse un po a pugni con l'eleganza dei villaggi lungo la costa, stracolma anche di casinò, bub e night di lusso, evidentemente, la stazione faceva parte di un'altra parrocchia, magari diciamo così.......più indigente, continuavo a ridere come una cretina, se no mi sarei messa a piangere. Dopo quell'incubo, finalmente a casa mi sono rilassata, mentre Katia è andata nella piscina sotto casa annessa al residence, per una buona nuotata. Di sera non siamo uscite, ma abbiamo passato l'intera serata chiacchierando, giocando a carte e facendo parole crociate. Continua......

Mercoledì 19 agosto 1998 continua..........




Finalmente siamo riuscite ad andare al mare di buon mattino, così abbiamo potuto scegliere il posto vicino all'acqua. Quando c'era mia sorella, solitamente avevamo la cabina e il posto fisso sulla spiaggia, con ombrellone, sdraio, lettini ecc... Ma ora non frequentando assiduamente, non aveva nessun senso prenotare l'arredo da spiaggia. Quella mattina appena arrivate, ci siamo rese subito conto che il mare era molto mosso e freddo e il vento portava via gli ombrelloni. Guardandomi intorno, notai vicino a noi una famiglia di quattro persone, il padre e quella che doveva essere la madre, erano due marcantoni enormi, sembravano armadi a sei ante, i due figli non erano da meno, anch'essi enormi, osservai subito con enorme dispiacere che erano ritardati. Dopo il primo momento di imbarazzo, scoppiai a ridere di gusto non per loro, ci mancherebbe altro! Ma per ciò che avevo pensato. Dato la mia vicinanza a quelle persone e la mia grossa taglia, potevamo sembrare tutti una famiglia, ridevo così forte che mi sentivo persino in imbarazzo, ma non riuscivo a smettere e fra le risate e il tentativo di fare una buca più profonda per piantare meglio l'ombrellone che il forte vento non lasciava in pace, sembravo io una ritardata, alla fine rinunciai all'impresa, così con una mano reggevo l'ombrellone e con l'altra tentavo di sfogliare il giornale come se nulla fosse. Mia figlia assisteva alla scena ridendo mi disse che in quella posizione sembravo un paralume. Comunque siamo rimaste poco, il vento ci riempiva di sabbia e la sentivamo anche in bocca. Nel pomeriggio, Katia è andata ad arrostirsi al sole in piscina, io sono rimasta in casa, in verità non amo tanto il sole. In serata siamo andate a fare la spesa e abbiamo telefonato a casa in Italia. Dopo cena ci siamo allungate sul letto ad oziare, con le gambe ciondolanti discutendo fra noi e godendoci questa breve vacanza extra, piovuta dal cielo. Continua.........

Giovedì 20 agosto 1998 continua........



Anche questo giorno era ventoso come il precedente, il mare era freddo, ma siamo andate ugualmente in spiaggia. Fra la moltitudine di gente, c'erano tanti bambini e tanto belli, mi sono seduta sotto l'ombrellone ad osservarli, vivaci ma educati, autonomi e pieni d'allegria. Il metodo di educazione in Francia è molto diverso dal nostro, il loro è decisamente migliore, ed ottengono ottimi risultati. Le mamme non hanno l'apprensione di noi chiocce italiane, e i bimbi crescono in piena autonomia. Nel pomeriggio abbiamo fatto una capatina al casinò, Penso sia stata la visita più veloce che la casa da gioco abbia mai ricevuto, in cinque minuti abbiamo perso 50 franchi e siamo uscite ridendo a crepapelle perchè pensavamo che se fossimo rimaste, a quel ritmo, saremmo uscite sistematicamente con il sedere di fuori e siccome non era il caso abbiamo optato, (dal momento che era presto), per una lunga passeggiata, praticamente tutto il giro del porto, meraviglioso! Il villaggio non ancora ultimato, con i suoi mille colori si rifletteva nelle limpide acque del mare, che faceva dondolare centinaia di barche dalla linea elegante a testimonianza di un benessere, non alla portata di tutti. (Il mio fuoribordo non c'era, era ricoverato nella rimessa per un malore improvviso) Meglio scherzare! Arrivati a casa, i miei poveri piedi non abituati, fumavano incavolati neri. Continua........

venerdì 21 agosto 1998 continua.......




Dopo quasi una settimana e quando mancava poco alla fine della mini vacanza, come un'oca mi sono scottata. Purtroppo il forte vento mi ha tradita, ed ora sulla mia schiena si potevano friggere le uova, avevo il petto rosso e come tale bruciava enormemente. Potevo dire addio al mare, in quelle condizioni neanche pensarci di espormi al sole, fosse anche sotto l'ombrellone. In serata siamo andate nelle cabine sotto casa e mentre Katia parlava con suo marito, io in un'altra parlavo con i miei gemelli. Che gioia sentire i miei ragazzi, la loro voce mi riempiva di tenerezza, io sono una di quelle mamme italiane come dicevo prima, "mamme chiocce" e mi va bene così, non riuscirei ad essere diversa nemmeno se lo volessi. Per quella sera ci siamo concesse il ristorante, io feci la mia entrata nalla sala, stinca da sembrare imbalsamata, perchè ad ogni minimo movimento, la scottatura mi faceva saltare dal dolore. Quando al tavolo arrivò il cameriere per le ordinazioni, mi sembrò di sentire mia sorella che diceva in francese: pour elle steck avec des salade, sorellina adorata, aveva sempre la fissazione che se ingrassavo ancora mi sarebbe venuto un'infarto, io la lasciavo fare, perchè il suo comportamento lo sentivo come una dimostrazione d'amore e d'affetto nei miei riguardi. Scacciai quasi subito quei tristi pensieri, mi rivolsi al cameriere e ancora una volta ordinai, bistecca e insalata, proprio come voleva lei. continua.....

Sabato 22 agosto 1998 Fine.....



La piccola vacanza, volgeva al termine, mia figlia ha voluto fare una capatina nelle piscine sotto casa per un ultima nuotata. Dalla finestra della veranda potevo vederla, attorno alle vasche c'era un brulicare di gente, con il mare grosso gli abitanti del residence, approfittavano della piscina, per non rinunciare ad un buon bagno. Io in casa mi leccavo le ferite, sembravo un peperone arrostito e mi conveniva rimanere al fresco, intanto ne ho approfittato per riordinare la casa e preparare i bagagli. Di per se non era stata una vacanza sopra le righe, ma per me è stata molto importante. A Cap D'Agde andavo solo con mia sorella e i bambini. Le strade, i negozi, il casinò, il porto, i bar e i pub con le innumerevoli orchestrine tutto mi riportava a lei.
L'indomani di buon mattino siamo partite, prima di chiudere, detti un ultimo sguardo tutt'intorno, simbolicamente salutavo con la casa, la mia sorellina adorata, quanto mi mancava! Lasciavo un pezzetto del mio cuore fra quelle mura, come per farle compagnia. Avevo come la sensazione che quella casetta non l'avrei rivista mai più. La mia sensazione in seguito si è rivelata giusta, perchè mio cognato, con grande dolore, poco tempo dopo l'ha messa in vendita e Cap D'Agde per noi è rimasto solo un grande ricordo di tempi felici, pieni di allegria e di gioia di vivere.
Il viaggio di ritorno è stato meno caotico dell'andata e quando atterrammo a Linate, c'era mio genero ad attenderci. Così si è chiusa la piccola parentesi di una vacanza, capitata soltanto per caso e la ricorderemo, sopratutto perchè per la prima volta, Assunta si è fatta coraggio ed ha messo piede su un aereo! Fine!

sabato 22 agosto 2009

L'acqua. la sorgente della vita.




Nella vita di tutti i giorni, succede sempre un qualche cosa, che inevitabilmente, mi porta con la mente ad altri avvenimenti molto più lontani, di una vita ormai passata. Quante volte vorrei chiudere gli occhi per poi riaprirli e ritrovarmi nella mia vecchia casetta su quella cara collina tutta fiorita, dove correvo felice baciata dal sole fra i mille profumi che la natura emanava. La settimana scorsa, per un guasto improvviso, tutta la nostra cittadina è rimasta senz'acqua, allarmismi sacrosanti, anche perchè con il caldo insopportabile l'acqua è indispensabile. Però come dicevo prima, tutte queste grandi comodità da piccola non li avevo, eppure anche allora c'era bisogno della cara acqua, bisognava pur bere, lavarsi, cucinare, in casa non c'era, ma non ci si perdeva d'animo e ci si industriava alla grande, con piccoli lavori d'ingegneria degni di un grande architetto. Accanto alla casa c'erano i canaloni, i così detti fluviali, i quali nei giorni di pioggia incanalavano l'acqua piovana, che poi fuoriusciva andando a perdersi nel terreno. Ed ecco l'ingegno! segando l'ultimo pezzo di ogni canale e posizionando sotto delle enormi tinozze d'alluminio, l'acqua scendendo, non si sprecava più, ma andava a riempire gli enorme recipienti, era acqua piovana pura e cristallina e veniva usata per tutto, fuorchè bere. Per dissetarsi invece, dovevamo scendere un po più a valle, immersa nei campi di papaveri e all'ombra degli alberi di pesco c'era una piccola casetta, dove all'interno in un angolo campeggiava una fontanella dalla quale attingevamo l'acqua potabile, fra un gioco e l'altro noi bambini riempivamo i recipienti e portavamo l'acqua a casa. alcune volte andavamo con le pentole e siccome erano scomode da portare, gli adulti avevano messo una corda sapientemente legata fra i due manici della pignata come una valigetta, così il trasporto era facilitato. Quanti giochi in mezzo all'acqua, ci bagnavamo fino alle ossa, mai un raffreddore, eravamo sani e pieni di vita. Poi con l'avvento dell' acqua in casa, anche la fontanella andò in pensione. la casetta è rimasta deserta ma sempre in piedi per ricordarci che una volta se volevemo bere, dovevamo passare di la.

giovedì 13 agosto 2009

Il caro vecchio mattone







In questo mio piccolo blog ho parlato di tutto, sopratutto dei ricordi della mia ormai lontanissima infanzia. Quante cose c'erano e ora non ci sono più, sono sparite nell'oblio del passato, un passato antico che sapeva di umiltà di calore umano, di giochi felici e spensierati, di adulti severi ma affettuosi. Appunto dicevo, in questo blog dove ho parlato di tutto, non poteva mancare il mattone. Cos'era il mattone? Lo dice la parola stessa era un rettangolo d'argilla, per intenderci quello impiegato anche nella costruzione delle case. La mamma lo metteva sul fuoco, e quando diventava caldissimo, lo avvolgeva in più strati di stoffa e lo metteva sotto le coperte in fondo al letto, quando si andava a letto nelle sere d'inverno, lo si trovava caldo e ti avvolgeva quel bel tepore che sembrava un'abbraccio. Si cercava di arrangiarsi con i pochi mezzi a disposizione, ma il risultato era stupefacente, da sollevare l'invidia persino dello scaldino più all'avanguardia. Caro mattone d'argilla non aveva costi, non consumava gas, non consumava corrente, ma donava il suo calore completamente gratis. Chi lo usa più ormai, oggi ci sono gli eleganti scaldini elettrici, le coperte termiche, le lenzuola di flanella, i lussuosi piumini. Però l'umile mattone ha fatto il suo dovere, quando non c'era altro per scaldarsi, quindi è degno di entrare a far parte del mondo tecnologico, diciamo...... come pioniere!

venerdì 7 agosto 2009

Quando i ferri da stiro andavano a carbone.








Guardo sconsolata la biancheria nella cesta, che aspetta di essere stirata. E' un lavoro che non amo particolarmente, pensare che ho un bel ferro con caldaia super tecnologico, manda un vapore così intenso che è una meraviglia, dò ancora un'occhiata alla biancheria, che mi guarda aggrinzita, come per dirmi: allora ti decidi? Mi soffermo a pensare agli anni passati, quando quella poveretta della mia mamma e tutte le altre massaie dell'epoca, stiravano con il ferro che andava a carbone. Oggi questi antichi attrezzi, sono andati in pensione e alcuni fanno bella mostra di se soltanto come soprammobili. A quei tempi, non c'era la corrente elettrica e quindi quel ferro da stiro a carbonella, rappresentava l'unica maniera per stirare. Era molto pesante, aveva l'impugnatura in legno, la brace veniva introdotta dall 'alto, e dovevano essere pezzi di carbone abbastanza grossi, altrimenti la cenere fuoriusciva bruciando la biancheria. Quanta fatica povere donne, cambiare continuamente la brace, stirare e stirare. Rammento che quando la mia mamma stirava, mentre noi bambini giocavamo, lei aveva l'abitudine di cantare allegramente, cosa avesse da cantare stirando, non l'ho mai capito. Poi c'era un altro tipo di ferro, molto più piccolo tutto compatto, si faceva scaldare sul fuoco e sul manico rovente si avvolgeva uno straccetto per non ustionarsi. Quanta acqua è passata sotto i ponti da allora. Poi con l'avvento dell'energia elettrica, come in tutte le cose si è passato a ferri da stiro tecnologicamente sempre più all'avanguardia e sempre più perfetti. Ma anche con la perfezione, ho tanto rispetto per le fatiche antiche, ma io ugualmente, non amo stirare!

venerdì 31 luglio 2009

Malattie! L'importante è guarire.



Oggi pomeriggio, una mia amica virtuale ha fatto un'appello: pregare per un suo amico affetto da mononucleosi. Il solo sentire questa parola, mi ha riportato alla mente, il dolore quasi fisico e le lacrime versate quando il piccolo Riccardo secondogenito di mia figlia ha contratto questa malattia. E' stato terribile, da bambinone sano e vispo, all'improvviso non mangiava più, si trascinava da una poltrona all'altra, era deperito e non aveva più nemmeno la forza di giocare, sembrava un cucciolo bastonato. I dottori non si spiegavano cosa fosse successo così all'improvviso, e il sospetto di una leucemia ci fece cadere nel terrore più profondo. Mia figlia non si dava pace, si sentiva colpevole, perchè le tornò alla memoria il periodo di quando si rese conto di essere incinta per la seconda volta, era una gravidanza inaspettata, aveva pianto disperata dicendo che un secondo bambino per il momento non lo voleva. Ed ora, viveva la malattia del piccolo come un castigo al suo rifiuto iniziale e l'angoscia era tremenda. Poi portato il piccolo da un nuovo pediatra dopo vari accertamenti la diagnosi: Mononucleosi! Si sospettava l'avesse contratta al mare e così cominciò la cura, in verità non c'è molto da curare, più che altro riposo e antidolorifici per le continue faringiti. Ora si può dire un bambino guarito, non è più un bambinone come prima, il suo bel faccino è più minuto le sue carenza immunitarie fanno si che si ammali più facilmente degli altri, però è tornato ad essere il simpaticone di sempre, vivace, gioioso e pieno di allegria. Fa mille storie per mangiare e tanti cibi non li gradisce più, ma questo poco importa, lo bacio, lo abbraccio e lo stringo sempre fra le braccia e a lui piace perchè è un gran coccolone. Speriamo che quell'incubo non torni mai più nella nostra vita e preservi i miei piccoli da brutte e dolorose esperienze!

lunedì 27 luglio 2009

Piccolo scheletro nell'armadio.




Questa sera seduta sul muretto davanti al giardino di casa, mi gustavo un pò di frescura notturna e parlavo con i miei nipotini, si discuteva sul fatto che non è bello picchiare, che alzare le mani non è da persone ben educate. Alla fine la domanda: nonna tu hai mai picchiato qualcuno? Risposi di no, ma all'improvviso mi tornò alla mente un'episodio della mia infanzia del quale non vado certo fiera, mi guardai bene però dal raccontarlo a Lorenzo e Riccardo. Ricordo erano i tempi del collegio, vi eravamo arrivate da poco io e la mia sorellina, dalla lontana Sicilia. Ci sentivamo spaesate e confuse ma ci facevamo coraggio, perchè io avevo lei e lei aveva me. C'era un piccolo problema, in cortile, io ero alle superiori dal lato delle (grandi) mentre lei era alle elementari, dal lato delle (piccole). Non la perdevo mai di vista, mi sentivo responsabole in quanto sorella maggiore. Un giorno guardando verso il lato delle piccole non l'ho vista giocare, allora sono andata a cercarla, la trovai in un angolo in lacrime, con il faccino nascosto dai suoi meravigliosi ricci, l'abbracciai e le chiesi perchè piangesse, lei mi rispose fra i singhiozzi che una delle (grandi) aveva detto alle altre che non dovevano giocare con lei, perchè era una brutta terrona. Forse la ribellione che avevo dentro, o forse la rabbia che provavo, mai avrei pensato di reagire in maniera così violenta, andai dalla ragazzina in questione la presi per i capelli e la gonfiai di sberle, lei cadendo si attaccò alle mie trecce che avevo lunghissime e mi fece un gran male, così rincarai la dose, ne presi tante, ma a lei non andò certo meglio. Arrivarono le suore che fecero fatica a togliermela dalle mani, ero talmente infuriata che non mi resi nemmeno conto che ormai mi guardavano tutte quante. Ci portarono in direzione tutte e due, era la figlia di una professoressa che insegnava nell'istituto. Ero tutta scarmigliata, rossa come un peperone, Vergogna! Urlava la superiora, in questo istituto non è mai successa una cosa simile. Strano chiedi subito scusa! Certo, quando questa stupida chiederà scusa a mia sorella risposi. Fummo castigate tutt'è due senza cinema, che era la cosa più bella che aspettavamo al sabato. Ripensandoci dopo mi vergognai tantissimo, dal momento che sono stata sempre una bambina molto timida, mi meravigliai io stessa del mio comportamento. Seppi molto tempo dopo che Dorina, (questo era il nome della compagna con la quale avevo litigato), era una bambina abbandonata, anche lei siciliana adottata dalla professoressa. Sentii le suore che dicevano che forse il suo comportamento nei riguardi di mia sorella era dettato dal suo non accettare che lei stessa fosse una (terrona) e per giunta adottata. Venni a sapere molto più tardi già da adulta, che Dorina dopo un forte esaurimento, stava per morire nell'incendio della sua casa, forse provocato da lei stessa. Aveva tutto, ma non ha saputo cogliere quell'occasione, che poteva riscattarla dal torto subito per l'abbandono, non ha mai accettato quella nuova madre che con tanto amore l'aveva accolta, invece era arrabbiata con il mondo intero e il suo malessere le si è rivoltato contro . Questo mi porta ad essere convinta che oltre alla violenza, anche il rancore e l'odio non portano a nulla di buono. Io da parte mia non ho mai più alzato un dito contro nessuno! Sono una pacifista convinta. E quella è l'unica macchiolina nera, su un mio immaginario quaderno bianco!!!!!!!!!!

Ma la lingua italiana dovè andata a finire?



Sarò forse l'unica sulla terra a pensarla diversamente su parecchie cose. Ad esempio: quando imperversavano i Beatles, le mie amiche svenivano al solo sentirli cantare o soltanto nominare, urlavano, si strappavano i capelli, io no! Non ho mai capito quell'atteggiamento psichiatrico, per quattro inglesotti con la frangetta. Riflettendo forse la psichiatrica ero io, ma che posso farci se non li potevo sopportare? Ero giovane come tutti, moderna, alla moda, portavo la minigonna, ma i miei gusti in fatto di musica erano diversi. Ora non sono più una sbarbina, però ci sono ancora un pò di cosette che mi disturbano. Se tutti seguono la stessa musica, io canto fuori dal coro e per questo non mi sento una mosca bianca, ma soltanto un' ITALIANA che vive in Italia. Rincorrendo uno snobbismo fuori luogo, stiamo rischiando di non parlare più l'italiano. Stiamo perdendo la nostra meravigliosa lingua, la musicalità delle nostre belle parole e per cosa? Per l'inglese! Questa lingua si è ormai insinuata nella nostra vita di tutti i giorni come un male incurabile, che peggiora con l'andar del tempo. Potrei capire nell'ambito lavorativo, visto che è la lingua più parlata, o se ci si reca all'estero, ma dopo? perchè sostituire il nostro parlare di tutti i giorni?
Il call center, convencion, game, gossip ecc... perchè non dire come una volta, centraliniste, riunioni, giochi, pettegolezzi ecc..L' affascinante lingua tramandata dai nostri padri, il nostro meraviglioso italiano, soppiantato da un freddo e umido inglese, del quale ormai si fa un uso esasperato. Stando alle statistiche in Italia, siamo sempre meno colti ed è in crescita l'analfabetismo, l'ignoranza cresce persino fra avvocati, dottori, professori ma possiamo stare tranquilli, niente di grave, tanto parliamo l'inglese!

venerdì 24 luglio 2009

Sei sempre qui con me!






Dopo 11 anni, quando pensavo di essermi abituata a non vederti più, ecco che ricompari nella mia mente più viva che mai, ho come l'impressione che tu ti prenda gioco di me, forse mi martelli la mente perchè temi io mi possa scordare di te, ma come è possibile che succeda? Da piccolina ti ho tenuta in braccio, siamo cresciute sempre insieme, le nostre discussioni, le nostre litigate quando non la pensavamo alla stessa maniera, la tua signorilità nell'affrontare la vita, non puoi immaginare sorella cara quanto ti ho voluta bene e quanto ancora te ne voglio, ricordi quanto impazzivi per la pasta con i ceci che faceva la mamma? E ogni volta che tornavi in Italia mi telefonavi per avvertirmi di prepararla che saresti arrivata? E il vino che bevevi volentieri a tavola perchè dicevi: a Losanna non è così buono. E rammenti come ti riprendevo per la tua severità nel crescere tuo figlio, però avevi ragione ancora tu, il tuo metodo ha funzionato, il tuo ragazzo è stupendo! Sa come stare al mondo, serio, raffinato ed elegante proprio come te. Pensa, gli hai persino trasmesso l'amore per i viaggi e la sua cultura mi lascia sempre sbalordita. Quando sorride, mi soffermo incantata a guardarlo, perchè ha il tuo stesso sorriso, la tua stessa bocca. Ricordi, quando l'avevano chiamato per lavorare in banca e lui dopo aver provato, ha rinunciato a quel posto così importante, dicendo che non voleva diventare un uomo grigio, quanto te la prendesti per il suo rifiuto! Però quella volta, aveva ragione lui, ora fa un lavoro che lo soddisfa e gli piace sui suoi amati aerei, ed è diventato anche capo stuart, così è sempre in viaggio come ha sempre desiderato. Sono certa sarai soddisfatta e che veglierai sempre su di lui. Quando vuoi, vienimi in sogno, sarò felice di parlare con te e starti un pò vicino. Ti voglio bene, sorellina cara!

martedì 21 luglio 2009

Una volta giocavamo così.


Se ai bambini moderni, si toglie la playstation nintendo e tutte quelle diavolerie ultramoderne, ecco che non sanno cosa fare, o per lo meno, non sanno giocare. Ricordo che noi bambini si giocava con poco, i maschietti passavano le ore a costruire, quello che ora chiamano elegantemente (monopattino), i miei nipotini lo possiedono bello e d'acciaio. Mio fratello, con gli amichetti più grandicelli, lo chiamavano: (il carrettino). Si trattava di un asse verticale, inchiodato ad uno orizzontale, con delle rotelle, una davanti e una di dietro, l'asse verticale finiva con una spece di croce che fungeva da manubrio. Per farlo andare bisognava usarlo nelle discese, con un piede sull'asse, e uno per terra per darsi la spinta e giù a rotta di collo, a metà strada, quando era troppo tardi e il carrettino aveva acquistato velocità si ricordavano puntualmente che erano sprovvisti di freni. Quante ginocchia e gomiti sbucciati! Noi femminucce invece con un coccio o con un gessetto, disegnavamo per terra dei quadrati numerati, alternati uno accanto all'altro con un preciso disegno, si lanciava un sassolino nelle caselle ,e poi si saltava dentro senza mai toccare le righe disegnate, una volta saltellando, una volta con un piede solo, poi ad occhi chiusi e così via fino alla fine. Si saltava con la storica corda, si giocava a nascondino. Dopo le fatiche all'aria aperta, c'era la mitica merenda, seduti davanti all'uscio di casa, si gustavano quelle belle fette di pane di grano, condite con olio d'oliva e sale, oppure pane con le cotogne. E chi le conosceva le moderne merendine! Che fanno pure male. Mangiavamo in completo relex, leggendo il corriere dei piccoli. il monello, l'intrepido. Non avevamo cellulari, non c'erano giochi elettronici, e non sapevamo nemmeno chi fosse lo psicologo a cui ricorrono volentieri le mamme moderne. La nostra vita era semplice, nel nostro piccolo mondo magari non avevamo tutto, ma c'era la voglia di vivere la serenità e l'allegria, tantissima allegria!

lunedì 20 luglio 2009

Il vecchio caro giradischi.


Con l'avvento della tecnologia, sempre più moderna e sempre più all'avanguardia, non ci si ricorda quasi più della vecchia radio e del buon vecchio giradischi. Però tutte le tecnologie del mondo, non sostituiranno mai l'eleganza e la sobrietà di quel mobile in radica che quasi ogni famiglia possedeva. Sollevando il coperchio sul piano superiore, dentro era tutto in velluto rosso dove c'era alloggiato il gira dischi, con puntine intercambiabili, ed un piccolo cuscinetto laterale che serviva per lucidare i dischi. Lateralmente, sia a destra che a sinistra si aprivano due sportelli dove venivano conservate le varie bottiglie di liquori per lo più fatti in casa dalle mani esperte della mamma, il mille foglie, strega, nocino ecc.. Frontalmente c'era la parte più bella ed elegante di tutto il mobile. vi scorrevano due sportelli in cristallo dove c'erano scolpite con effetto satinato scene di caccia o floreali e all'interno aveva le pareti completamente foderate in tanti mattoncini rettangolari a specchio che facevano una luce magnifica, lì si tenevano in bella mostra i servizi di bicchieri o da caffè più belli. Appena sopra c'era la radio con le manopole grosse di bachelite, una per cambiare stazione e l'altra per il volume. Il mobile di solito faceva bella mostra di se nella stanza più bella, che solitamente era la sala da pranzo dove tutti lo potevano ammirare. Si usava per le festicciole, dove si ballava con la musica e le canzoni dei dischi, erano feste fatte in casa fra amici, tante ragazze o pochi maschietti. Cosa pagherei per possederne uno, era di un legno lussuoso, "la radica", elegante nella sua forma quasi sempre bombata, raffinato nei particolari, niente a che vedere con i vari distributori di musica moderna, fatti per la maggiore in plastica o in metallo, all'avanguardia sicuramente ma dalle forme fredde e impersonali. Addio vecchio giradischi, addio vecchia radio, avete fatto il vostro dovere fino in fondo, facendoci compagnia, con voi abbiamo ballato e cantato le melodie più belle. le canzoni d 'amore più appassionate, con voi abbiamo sognato storie d'amore e principi azzurri.

domenica 19 luglio 2009

Quando il festival si ascoltava alla radio.




I miei ragazzi, sin da piccolissimi collezionavano le figurine dei calciatori con la raccolta Panini. Anno per anno, le incollavano su un album. Ora hanno trasmesso questa passione ai miei nipotini. E' uno spasso vederli discutere fra loro, quando si scambiano quelle doppie, infervoriti dal tifo proprio come i grandi. Mentre li osservo divertita, la mia solita lucina del tempo che fu, si accende puntualmente, facendo venire alla luce, i miei piccoli ricordi d'infanzia. La nostra raccolta non era quella delle figurine, ma era per noi ugualmente importante. Negli anni 50 ascoltavamo i tanti festival (di Sanremo e di Napoli), attraverso la radio. Vi stavamo incollati grandi e piccoli in religioso silenzio ad ascoltare le manifestazioni canore cercando di imparare le nuove canzoni. Il giorno dopo già nei negozi si poteva trovare con solo 10 lire, una bustina che conteneva: un foglietto colorato con il testo della canzone, un palloncino gonfiabile e una caramella morbida al latte. Continuando a comprare, inevitabilmente ci trovavamo ad avere le canzoni doppie, ed ecco che cominciava lo scambio, proprio come le figurine! Scambiavamo i vari: volare, luna rossa, papaveri e papere ecc...... Poi ci sedevamo sui gradini di casa e si cominciava a cantare le canzoni leggendo i testi nuovi di zecca. Quanto ci divertivamo! Quelle bustine per noi erano molto importanti. Poi come in tutte le cose, con l'avvento della televisione, finì quella strana e simpatica raccolta, tanto cara a noi bambini e la loro scomparsa segnò la fine di un'epoca, quella uditiva radiofonica, per lasciare il passo a quella più moderna, la visiva!

venerdì 17 luglio 2009

C'era una volta Pasqua!




Da parecchi anni quì in Lombardia, il lunedì di pasquetta non si riesce ad andare in un parco a fare un picnic, perchè puntualmente piove. Non ci sono più le primavere di una volta.
Mi ricordo i profumi e i sapori della Pasqua del sud. Quel tempo è così lontano che sembra appartenere ad un' altra vita. Le mamme, le nonne, con le vicine di casa, davano vita alle cucine ed era tutto un fermento, i fornelli andavano a pieno ritmo, si preparavano ciambelle, dolci del periodo e poi il grande pranzo per il giorno di Pasqua. Noi bambini giocavamo felici e sentivamo la festa nell'aria e il profumo che usciva dalle cucine, si mescolava con l'odore frizzante della primavera, che arrivava danzando gioiosa, coprendo le lunghe distese di prato con tappeti d'erba di un meraviglioso verde smeraldo. La festa della Santa Pasqua, si prolungava poi al giorno dopo, cioè al lunedì di pasquetta! Si andava con parenti, amici e vicini di casa in campagna, si stendevano le tovaglie da tavola sull'erba, ognuno portava le sue specialità e c'era l'immancabile cestino colmo di uova sode che la mamma faceva cuocere nello scarto del caffè per farle diventare marroni. Poi grandi e piccoli, ballavamo al suono melodioso delle fisarmoniche e delle chitarre. Si facevano cori a squarciagola fino a tarda sera. Dopo si tornava a casa stanchi, ma felici, per aver trascorso una meravigliosa giornata all'aria aperta, con le persone più care. Che tempi spettacolari! Ci si divertiva con niente, ma quel niente per noi era tutto!

mercoledì 15 luglio 2009

Il cappottino elegante



da qualche anno mi sono resa conto che sono nati parecchi mercatini dell'usato più o meno validi, nei quali si trova di tutto e sono visitati da persone di tutte le estrazioni sociali, poi, vuoi le ristrettezze economiche, vuoi il periodo diciamo un pò fragile nel settore economico, questi mercatini per certi versi servono anche a chi con poco, può permettersi cose che magari nuove non potrebbe. Pensandoci però l'uso dei mercatini non è nuovo, rammento che a Messina quando ero piccola esisteva già qualche cosa del genere, lo chiamavano (il mercato americano) dicevano che tutta la mercanzia esposta sulle varie bancarelle, arrivasse direttamente dall'America, non sò se fosse vero, però si trovava di tutto, dal vestito da sera, alle scarpe, alle coperte, ai vasellami e via dicendo. Ricordo che all'uscita dall'oratorio noi bambini, visto che era nelle vicinanze, andavamo spesso a curiosare, eravamo affascinati da tutto ciò che vi si trovava, le femminucce restavamo in adorazione davanti a vestiti di tulle pieni di paillettes e lustrini, veli colorati di ogni tipo e forma, sciarpe e cappellini che erano fantastici. Alcune (signore) della Messina bene, mi ricordo facevano ridere, dicevano che compravano abiti per le loro cameriere, si vergognavano ammettere che invece erano per loro. Una volta la mia mamma mi ha comprato un cappottino che era una vera delizia, turchese con il collo e i polsini di velluto blu, era accompagnato da un cappellino peloso che mi faceva sembrare una regina. Erano momenti di ristrettezze, la guerra era finita da pochi anni, quindi l'economia non era come si suol dire tanto florida, perciò anche un cappottino americano comprato in un mercatino di quei tempi era una vera sciccheria.

domenica 12 luglio 2009

Un triste pasticcio, un dolore infinito.






Come si può essere insensibili e far finta di niente quando accadono cose vergognose e meschine alle quali non si riesce a dare una plausibile spiegazione, per lo meno la spiegazione ci sarebbe, ma è talmente incredibile che stento a crederci io stessa. Da quando non vivo più in Sicilia sono rimasta in contatto con alcune delle mie tante cugine e cigini, per lo più parenti da parte di madre che ancora vivono a Messina. Appunto sere fa mi ha telefonato una di queste per darmi una brutta notizia apparsa su tutti i giornali regionali della Sicilia, La bara di mio padre, deceduto ad agosto l'anno scorso, si trova ancora al deposito cimitoriale in attesa di sepoltura, perchè nessuno si è interessato di lui. Ora io mi chiedo: che fine hanno fatto tutti i proventi dei suoi film? Che fine ha fatto il suo conto in banca? Che fine ha fatto il tanto amato nipote del quale si fidava tanto? Perchè non si è presentato nessuno, per fargli dare degna sepoltura? Quando si è ammalato, mio fratello lo ha assistito come solo un figlio può fare, poi all'uscita dall'ospedale, l'ha portato quì in Lombardia ed io me ne sono presa cura, anche se non meritava niente. Ho parlato con lui, gli ho detto papà rimani quì, sei solo, mi occuperò io di te vedrai sarà un modo per conoscerci e recuperare un poco del tempo perduto. Lui non ne volle sapere e mi disse che si sarebbe preso cura di lui, il figlio di sua nipote in Sicilia, che a lui avrebbe dato carta bianca su tutto, perchè di lui si fidava, visto che era un medico e avrebbe pensato alla sua vecchiaia e al suo funerale. Dopo averlo sentito parlare così, non ne parlai più, non volevo pensasse, ad un mio rendiconto personale e lo lasciai partire alla volta di Roma con mio fratello. Da quel giorno non l'ho rivisto mai più. Ho saputo in seguito che l'avevano portato a Messina e precisamente in una casa di riposo chiamata Villa Serena, nella quale è deceduto solo, senza accanto nemmeno il conforto di un cane, dopo soltanto una settimana dal suo arrivo. Di ciò che aveva non si sa come è sparito tutto. Dopo una vita all'insegna del successo, delle donne e della bella vita, se n'è andato solo e abbandonato. Ho saputo, che il comune di Messina si riunirà per decidere se con i proventi comunali, metterlo nel campo dei personaggi illustri o seppellirlo a Taormina. Comunque sia, resta la tristezza di un padre mai diventato padre e di un uomo che ha rifiutato l'amore vero e disinteressato, quello dei suoi figli e questo è stato il risultato delle sue scelte sbagliate!

mercoledì 8 luglio 2009

Le matite colorate



Quando i miei nipotini prendono i pastelli per i loro capolavori, li sparpagliano disordinatamente tutti sul tavolo, poi finito i loro lavoretti li ripongono in un contenitore. Osservando quel vaso pieno di matite colorate, mi affiora alla mente un brutto ricordo che credevo dimenticato. Ai tempi della scuola, quand'ero in collegio, ogniuno di noi scolare aveva il suo corredo di cancelleria. Una mia compagna di nome Rosa, (non dico il cognome per ovvie ragioni), possedeva un numero maggiore di pastelli, durante lo svolgimento di un compito di disegno, le aveva sul banco, io ammiravo quei magnifici colori che aveva in più e lei gentilmente mi disse: quando ti servono tinte che non hai, prendi pure le mie in prestito. Passò del tempo e un giorno mi ero fermata in aula per finire un disegno e dal momento che mi aveva dato il permesso, aprii il suo contenitore e presi quattro delle sue matite. Poco dopo passò la suora che mi invitò a scendere in cortile con le altre mie compagne, e siccome non evevo terminato il mio lavoro, riposi le sue matite provvisoriamente dentro il mio banco, pensando di avvertirla quando l'avessi vista. Lei però mi precedette e il dramma ebbe inizio quando tornammo in classe per il proseguo delle lezioni pomeridiane, Rosa all'improvviso si mise a gridare, mi hanno rubato i pastelli, prima c'erano! Era isterica, e gridava come una gallina a cui stavano tirando il collo, al che la suora intervenì dicendo: ragazze quì non siamo abituate a queste cose, quindi che saltino fuori le matite. Il terrore mi impediva di respirare, mi sentivo colpevole, e non ebbi il coraggio davanti alle mie compagne, di dire che le avevo prese in prestito io. Ero certa che non avrebbero creduto alla mia buona fede, così vigliaccamente stetti zitta. La sera prima di andare a letto, non vista misi tremante le matite in tasca, le ruppi in tanti piccoli pezzettini e le gettai nel water assicurandomi che l'acqua le portasse via. Per il pensiero non chiusi occhio tutta la notte, mi sentivo colpevole e mortificata, proprio io che odiavo la parola rubare soltanto a sentirla nominare. Certo fossi stata più grande e matura, avrei agito diversamente, magari rimettendole a posto di nascosto, ma da piccoli si agisce d'impulso e le cose sembrano più grosse di quello che effettivamente sono. Il suo grido di gallina spennata mi aveva terrorizzata e la mia proverbiale timidezza aveva fatto il resto.